Avevo già dato abbastanza nella "famosa" aula di autoapprendimento di inglese.
Due ore e mezza di PC mi avevano distrutto la faccia.
Manco avessi passato il tempo a guardare le donnine nude, pensai.
Era mercoledì.
La piadineria era chiusa.
Come da tradizione andai in pizzaria.
Menu fisso: o Margherita, o Napoli.
Le pizze non erano grandi come quelle normali, ma neanche piccole come le solite pizzette.
Io le chiamavo "pizzotte".
Due e una ceres, feci all'oste, che poi era un semplicissimo pizzaiolo.
Basso, rapido, maneggiava la pala con destrezza e in pochi minuti il mio pranzo era pronto e fumante. Poi sarebbe stata anche molto allettante la condizione di mezzo stonamento che mi avrebbe dato la birra.
Stranamente, il silenzio abitava il locale.
Non c'era nessuno seduto ai tavoli, eccetto un uomo di mezza età.
Sul piano davanti a sé, teneva una lattina di Heineken accartocciata.
La sua pizzotta era aperta, sopra il vassoietto. La stava facendo raffreddare.
Aveva una spolverata leggera di barba, su un viso anonimo, come se ne vedono tanti in giro.
Le sue mani erano ingenerose, tozze, corpulente e le sue scarpe anti-infortunistica erano sporche di terra e fango. Probabilmente un muratore.
I suio occhi puntavano fuori dalla vetrina, in strada.
Uno sguardo difficile da dimenticare.
Stanco, vinto, in attesa di qualcosa, qualcuno.
Con un tiepido bacio di circostanza, il sole salutava la città, il quartiere e sempre quella strada che l'uomo stava osservando, interrogando, per ottenere chissà quale risposta.
Addentò la pizza svogliatamente, senza speranza, con un movimento lento, polveroso.
Delle ragazzotte entrarono rumorosamente e spezzarono l'ignobile armonia di quel momento.
Lui fece finta di nulla.
Non considerò nessuno.
Nel suo mondo esisteva solo quella pizzotta.
E@
giovedì, aprile 12, 2007
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