Quando sei su di giri per una donna sei inevitabilmente molto più rincoglionito.
È ovvio; le cose ti sembrano diverse dal solito, spesso migliori.
Persino quella birra di bassa lega presa dal market pakindianafghano ti sembra più gustosa.
Anche quel barbone, che solitamente rimette sulla panchina del parco, sembra sorriderti al tuo passaggio.
Guardi per terra, alla ricerca di qualche centesimo, trovi ben mezza cucuzza. Una fortuna!
Ti accorgi anche di come i germogli che emergono dal duro asfalto siano molto più verdi della norma.
Per non parlare poi di quando ai cancelli dei magazzini di anime inscatolate, i palazzoni dormitori, trovi fiori alti mezzo metro e passa, rossi, pulsanti di vita, che se ne fregano di essere su un zozzo marciapiede mentre ce ne sono altri che se le spassano in una confortevole serra di prima categoria, con procaci donzelle pronte a innaffiarli al minimo accenno di sete.
Se n'erano accorti anche quelli del Job's Bar che camminavo a un metro da terra.
Lester, dal suo banco, mi scrutava con fare clinico.
- Se non ti conoscessi, direi che tu sia caduto dal seggiolone. Ma il tuo sguardo ebete parla da sé – disse riponendo l'amaro nel ripiano.
Con la mano stavo facendo danzare un bicchiere di Braulio, ovviamente ero sempre seduto sul mio sgabello foderato di pitecantropo.
- Beh, è la mia vicina di casa. Sinceramente non saprei proprio descrivertela. È graziosa. È fresca, elegante. L'ho sentita parlare al telefono. Non sono riuscito a capire nulla del discorso, ma la sua voce non era di quelle gallinacee, pigolanti e fastidiose, e neanche da cornacchia come una grattata del cambio della macchina. Era flautata, ammaliante... - risposi, fantasticando sul come sarebbe stata nuda nel mio letto.
- Siccome non posso dirti di bere di meno, visto che sei tra le mie principali fonti di reddito, posso solo dirti di fumare di meno. Sempre che tu faccia uso di droghe. No? - chiese Lester, alzando il suo sopracciglio sinistro, cisposo più che mai.
- No, vecchio. Lo sai che sei l'unico in assoluto. - Ammiccai con una bozza di sorrisetto beffardo.
Quel giorno scelsi di tornare a casa a piedi più presto del solito.
Le nuvole non promettevano nulla di buono ed io ero senza ombrello.
Mancavano poche decine di metri dal cancello di casa quando la vidi.
Era esattamente di fronte al cancello di ingresso.
Non era sola.
Inizialmente mi prese la tristezza.
D'altronde non poteva essere altrimenti. Una così è difficile che sia a piede libero.
Poco male.
Anche se l'amaro in bocca restava sempre e comunque.
Con lei, un baldo, ben oltre la mezza età, munito di abbronzatura ben oltre i parametri permessi dalla legge, occhiali da sole in materiale extraterrestre e quattroruote fuoriserie, forse un prototipo giapponese.
Stavano discutendo animatamente.
Lui le urlò qualcosa e le diede una sberla tale da farla cadere a terra.
Questa no.
Non esiste.
Non posso fare passare liscia una cosa del genere.
Ecco a voi “Super Beer”, il super-eroe direttamente dal Job's Bar. Forgiato dai migliori malti e luppoli della baviera, dalle migliori grappe anglosassoni e dalle più pregiate vodke degli Urali.
Gonfiai il petto e non ci pensai due volte a intervenire.
Il mio pugno destro si chiuse, divenne duro come il diamante e le nocche si infransero rovinosamente contro il mento di questo riccastro da strapazzo.
Accusò il colpo.
_ Stronzo, fatti i cazzi tuoi! _ Fece quello tornando verso la portiera del guidatore.
_ Fottiti _ risposi con cavalleria.
_ Sta attento, brutto piglianculo, che la pagherai!_ minacciò quello puntandomi contro l'indice.
_ Torna pure, ti aspetto con una bottiglia di Dom Perignon._ sorrisi allargando le braccia come a volere accoglierlo nuovamente.
Il giovane miliardario di quarantacinque anni se ne andò sgommando con il suo macchinone e mi seppellì con il suo smog da novantanove ottani.
Feci un paio di colpi di tosse. Un incrocio pittoresco tra un gattino bagnato e un settantacinquenne catarroso affetto da polmonite.
Con lo sguardo seguii l'auto rombante scomparire dietro l'angolo poi mi girai verso di lei.
Si avvicinò e mi prese per il risvolto del mio impermeabile liso.
- Grazie! - esclamò raggiante - Era ora che qualcuno gli facesse vedere i sorci verdi a quel figlio di buona donna. -
- Figlio di buona donna? Io non sarei così generoso con lui. - risposi ammirando le sue forme racchiuse in un vestito firmato, eccessivamente sobrio per il suo corpo.
- È davvero difficile trovare qualcuno disposto a rischiare dei lividi per una che neanche si conosce. Tu che dici? - chiese uccidendomi con quegli occhi da cerbiatta.
Ero in paradiso.
Nonostante ciò, il mio aspetto esteriore di reduce da bar lasciò trasparire poco o nulla.
- Beh, sono un personaggio un po' particolare, che ci vuoi fare. - risposi con atteggiamento da Humphrey Bogart dei poveri.
Mi mancava solo il sigaro e il cappello. Per il resto sarei stato perfetto. Vabbé, mi mancava anche la barba fresca di rasatura.
- Direi di averti già visto. Per caso anche tu abiti in questo condominio? - Chiese, quasi saltellando, come una bambina a cui si dava il regalo di compleanno.
- Sì, interno 21, dolcezza. - risposi con voce calda. Calda, come un minestrone di verdure.
- Ehi, sei molto vicino al mio. Io sono al 23. E poi non chiamarmi dolcezza. Lo detesto. Se mai, Alina. - Mi porse la mano per stringere la mia, la stessa che aveva respinto quel maiale di prima.
La presi delicatamente, assaporai con gli occhi quella mano pulita e profumata, mi chinai e gliela baciai, facendo finta di sfiorarla appena con le labbra.
- Madamigella Alina, al suo servizio! - Un cavaliere mediavale, fatto di vestiti vecchi, polverosi, con un lieve puzzo di bere come suo fido scudiero, si mise così agli ordini della sua dama.
Lei rise, ma non fragorosamente. Non disturbò il vicinato con del chiasso inutile. Era una risata più unica che rara, inimatibile anche dal migliore falsario di dipinti d'autore.
Mi presentai. Fornii le mie scarse credenziali.
- Grazie, di tutto. Ora vado su. Ci vediamo presto, va bene? -
- Va bene dolcezza, ehm... Katrijna! Ci becchiamo - La salutai così e contemplai i suoi polpacci sinuosi e guizzanti mentre saliva le scale dell'ingresso del mio palazzotto e il suo vestito svolazzare e accarezzare le sue cosce.
Pochi istanti che durarono un'eternità.
Non so se fu per smaltire la sbornia o per fare un pattugliamento degno di un soldato che feci il giro dell'isolato prima di tornare su in casa.
Sta di fatto che, quando misi piede sulla soglia dell'ingresso, una scintilla mi fece sentire molto più rincoglionito.

1 commento:
Bellissimo questo pezzo, Bob.
[mer]
Posta un commento