Il mio compagno di banco è grande e grosso come una montagna di ghiaia estratta dal Po.
È di carnagione chiara, pressoché cadaverica; ha un paio di sopraciglia ben marcato, come se fossero state segnate con il carboncino.
Il viso, ben levigato, racchiude due occhi svegli e vispi come quelli di una talpa investita da un camionista ubriaco. Il suo sguardo, profondo come una pozzanghera, penetra il prossimo con la medesima forza con cui un grissino affonda un pezzo di tonno. Il naso è facile da afferrare perché è abbastanza lungo e termina con una specie di “sferetta” somigliante a una biglia raffigurante Gino Bartali.
Le labbra della sua bocca sembrano uscite da una pubblicità di burro-cacao per cavalli.
Le gote sono belle piene e sostanziose e ricordano quelle di un porcellino d’india. Il mento pare scolpito da un esaurito espulso da un’accademia di belle arti: infatti, è eccessivamente tondo.
Il suo sorriso è beffardo e sagace; infatti, sembra quasi che dica “Io la so molto lunga…” anche se, ad essere sinceri, non saprei affermare sul quale argomento.
Le orecchie, tanto che sono bene disegnate, sembrano finte: infatti, sono in lattice, progettate da un geometra con l’utilizzo del curvilineo, sono state posate da una cooperativa di muratori moldavi.
I capelli sono corti, ben curati, neri come la pece e, al posto del canonico gel, sono coperti da una pellicola di silicone, utilizzato donare lucentezza e garantire un effetto bagnato duraturo.
La barba è sempre tagliata e invisibile, infatti, il mio compagno di banco è solito radersi con un machete importato dal Brasile.
Le sue mani, lunghe e affusolate, sono molto utili per cercare le monete cadute sotto i mobili e le articolazioni snodate delle dita gli permettono di compiere evoluzioni mai viste, come toccarsi il polso tirando all’indietro l’indice. Alcune voci di corridoio affermano che sia anche riuscito a fare un pugno chiudendo le dita sul dorso della mano.
Anche i piedi hanno certe dimensioni e hanno una pianta così lunga che somigliano alle zampe di un’anatra.
Il suo petto, ampio e possente, è sorretto da un busto di pietra molto resistente ai miei colpi violenti (manrovesci, pugni e botte in genere) e ai rigori dell’inverno, visto che per trovare le sue costole bisogna avviare una spedizione nei meandri del suo grasso sottocutaneo.
Le braccia non sono molto muscolose, ma, chissà perché, hanno la potenza di un martello pneumatico e sono lunghe come quelle di un orango tango. le sue gambe sono formate da cosce di stazza notevole e da stinchi simili a quelli di un cinghiale; purtroppo i suoi arti inferiori non sono in grado di sviluppare una forza sufficiente per permettergli di muoversi agevolmente e con coordinazione.
La sua mente è vivace e accesa come una batteria scarica, ma talvolta, quando è veramente in giornata, fornisce prove notevoli di destrezza intellettuale ed è capace di esprimersi ad alto livello. La sua frase preferita non è di Kant o Baudelaire, è sua personale e originale “Sono stanco!”.
È solito vestirsi con capi di abbigliamento quanto mai assurdi: felpe sbiadite simili a quelli degli operatori stradali della Salerno-Reggio Calabria, maglioni fatti di pelliccia di cuccioli di foca nati da pochi giorni, scarpe ricavate da zoccoli di yak, camicie di cellophane, pantaloni di foglie di palma da cocco e guanti di vera pelle umana.
È un bravo ragazzo, se potesse dormirebbe diciassette ore al giorno, è sedentario, ma gli voglio bene perché ha un cuore d’oro, è interista (poiché ci vuole qualcuno che assolva la funzione sociale di deriderlo e allo stesso tempo confortarlo per ciò) e suo padre (anch’egli interista) fa dei borlenghi che sono da urlo di Freddie Mercury.
E@
giovedì, giugno 15, 2006
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