giovedì, novembre 16, 2006

Job's Bar 3 (seconda parte)

Alle 21.57 ero appena al mio secondo “Irish Coffee”.
Sentii un rumore di motori sferraglianti provenire fuori dal bar.
Lester uscì a controllare.
- Sono loro! – Disse.
Erano arrivati su tre Volvo, station wagon, non molto recenti, nere come la pece.
Entrarono nel bar con tutta la strumentazione.
Tutti in rigoroso completo giacca e cravatta, anch’essa nera: parevano proprio una squadra di onoranze funebri.
Lester rientrò che stava confabulando con un gorillone assurdamente grande e grosso. Riconobbi la voce roca che mi aveva risposto al telefono.
Nel frattempo, il resto del gruppo stava portando dentro tutto il “necessaire” per lo spettacolo.
- Ma quanti sono questi qua!? – Esclamò Mingozzi, muratore. Era abituato a portarsi il lavoro al “Job’s Bar”: infatti, si era costruito un monolocale di un metro quadro nei pressi del bancone.
Infatti, era una truppa numerosa. Successivamente venni a saperne di più sul loro conto.
Il gorillone, che stava stringendo la mano di Lester con grande soddisfazione di entrambi (forse per l’accordo raggiunto), era Steve Buffalo, il frontman del gruppo. “La bestia di Tabyn City”, così era soprannominato, era in grado di mangiare contemporaneamente tre fagiani reali e di svuotare un fustino da venticinque litri di birra.
- Quello che non uccide rende più forti – era solito dire. Infatti, fumava direttamente il catrame dell’asfalto appena posato e fresco di cantiere.
Quello magro, con il riporto sexy, che copriva una stempiatura che arrivava fino alla nuca, era Franky Bonanza, prima chitarra.
Le donne gli cadevano i piedi perché i suoi assoli, virtuosi ed extraterrestri, facevano perdere i sensi alla maggioranza del pubblico femminile.
Scorta fedele di Franky era Luke Skyscraper, seconda chitarra. Bonanza non si avventurava mai in arpeggi impervi e infestati senza essere scortato dal suo fedele compagno, nonché suo primo confidente di tresche amorose.
Alto, dal sorriso beffardo e, talvolta, assassino, era il bassista Albert Bergolds, detto anche Alby. Il suono della sua bass guitar era incredibile: poteva sembrare sornione, pigro, come un gatto sazio del suo pasto. Ma un istante dopo, eccolo guizzante, veloce e con l’agilità di una pantera.
Stava portando sul palco un valigione stretto ma lunghissimo. Era Andy Paradise, tastierista, sguardo demoniaco e capelli angelici, lunghi, anzi, lunghissimi. La leggenda vuole che anch’essi partecipino alla performance del loro proprietario, aiutandolo nel beccare le note più impossibili.
Responsabile della batteria era Anders Masters, danese di Aalborg. È solito, infatti, intrattenere i suoi compari con i racconti della sua terra, come quello del vichingo Romuald, che, da solo, vinse i cento Berserker de “La Palude Silenziosa”.
Ai fiati c’erano il palestrato Toby Barros, trombettista canadese originario di Manaus, e le sorelle del sassofono Mickey Mushroom e July Zakowsky.
Giravava voce che Barutz fosse riuscito a ribaltare un trattore, non con la forza delle sue braccia, bensì con la potenza del suono della sua tromba.
Invece, avevo saputo che le sassofoniste avevano placato, con la loro musica, gli animi irosi dei pirati del “Mar del satanasso”, facendo anche piangere, come ragazzine, quelli più duri e aridi di cuore.
Nascosto dentro un borsone beige della “M’infischia”, se ne stava appisolato il tecnico del suono, Gatto.

Dopo un breve lavoro di preparazione, tutto era pronto per lo show.

--- Continua nella terza e ultima parte... ---

=E@=

1 commento:

Anonimo ha detto...

veramente complimenti...è bello un sacco, se trovo qualcuno che sappia disegnare mi faccio fare le caricature corrispondenti alla tua descrizione e poi le metto sul sito....
grande gabbro!!!
(il pagellone di mercoledì...)