martedì, novembre 21, 2006

Job's Bar 4 (prima parte)

È piuttosto subdolo essere uomini grigi. Alcuni sono facilmente riconoscibili: indossano un completo giacca e cravatta da sartoria color sabbia inquinata, fumano sigarette della premiata marca “Ciminiera”, hanno perennemente il telefonino (dal valore minimo corrispondente a un rene umano) pronto scattante alla risposta e guidano un auto di cilindrata extraterrestre che occupa due carreggiate o più. I capelli sono abilmente plasmati con una malta cementizia risultato di una mistura di gel, schiuma, silicone e polistirolo (per creare il caratteristico effetto forfora). La loro acconciatura può variare dall’”Humphrey Bogart” (un taglio molto classico, il soggetto sembra uscito da in film degli anni ’40), al “Magnum a capodanno” (un taglio molto dinamico, sembra che al soggetto sia esploso un petardo in testa).
Non necessariamente, però, un uomo grigio risponde a questo profilo estetico. Egli è facilmente riconoscibile dalla sua “forma mentis”. Come?
Una volta, nel “Job’s Bar” entrò un tale sulla quarantina. Al bar c’eravamo io, Lester e Mancinelli, luminare di “Gazzettologia dello Sport”.
Nonostante l’assenza dell’uniforme tipica da uomo grigio (infatti, indossava un maglioncino rosé e dei calzoni amaranto), lo riconobbi subito dall’olezzo che emanava: profumo di pietra che fuoriusciva dalla sua anima putrefatta.
Si piazzò di fianco a me (e alla mia crema di whisky).
Ordinò un espresso.
Poi, spiegò davanti a sé il quotidiano che teneva sottobraccio.
- Ah! – esclamò leggendo una notizia - Questi immigrati, con le loro usanze, con la loro religione della minchia, che vengono qui da noi a rompere i coglioni. Mah… - .
Io e Lester facemmo finta di nulla.
- Ma guarda questi ragazzi d’oggi! Se non si stuprano tra loro, sono sempre lì a drogarsi – sbottò.
Sfogliò pigramente il giornale, attingendo caffé, dalla tazzina, con sorsi da uccellino appena nato.
- Le tasse decollano. Fortuna che ho un fondo alle Isole Vergini Britanniche – sibilò, lanciandomi un’occhiata, come a cercare la mia approvazione.
Io mi limitai ad apprezzare il mio bicchiere di Porto.
Poi, presi la parola.
- Lei crede che si possa risolvere tutto con un egoistico colpo di spugna, o, ancora meglio, con un colpo di pistola. Per lei è molto più facile urlare che ascoltare.-
L’uomo grigio rispose con la sua carta migliore, cioè con lo sguardo totalmente indifferente.
- Ma a lei cosa importa – continuai – a lei interessa solo il suo bel telefonino d’ultima generazione, a lei interessa la sua quattroruote appesta strade, a lei interessa solo tenere ben imbottito il suo portafogli, a lei interessa rispettare solo chi le dà lo stipendio, oppure no, fa solo finta, e aspetta solo l’occasione giusta per coglierlo in fallo e prendere il suo posto nella grande gerarchia dei poteri. A lei, insomma, viene proprio spontaneo odiare, sembra quasi avere una predisposizione naturale -.
Mi squadrò, dall’alto verso il basso, con i suoi occhi color carbonio, celandosi sempre dietro questo impenetrabile velo di indifferenza.
Accumulò l’aria nei polmoni e, pacatamente replicò:
- Quante belle parole. Perché questo mondo è tutto mieloso e zuccherato. Balle! Se non sei assassino, sei vittima. Devi essere cattivo, spietato, disposto a tutto. Fregatene dei tuoi amici, perché un giorno potrebbero fregarti. Il diverso è da disprezzare perché un giorno, se ti farai mettere i piedi in testa, lo potresti essere anche tu; non resta che emarginare per non essere emarginati. –
Fece una pausa.
Sorseggiò ancora dalla sua tazzina.
Era calmissimo.

- Continua... -

=E@=

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