Dopo un breve lavoro di preparazione, tutto era pronto per lo show.
Buffalo prese in mano il microfono e, con una voce un po’ alla Joe Cocker e un po’ alla Tom Waits, salutò il pubblico e disse: - Da noi non avrete roba da discotecari. Da noi non avrete lustrini e paillettes, da noi non avrete la solita musichetta orecchiabile senza attributi, da noi non avrete tutta quella filosofia politicamente corretta, da noi non avrete tutte queste cazzate.-
Tutto ciò fu salutato dall’entusiasmo totale dei presenti. I calici di martini cincinnarono, i boccali colmi di birra si baciarono e fecero da preludio alla prima canzone: “Pendolare Blues”.
Solitamente una canzone racconta una storia. Invece, questa ne raccontava tante in un intrecciarsi continuo, in un romanzo di musica coinvolgente e appassionante.
È la storia delle lacrime di disperazione del trentanovenne che perde il treno per la svolta definitiva, sussurrata dalle note umanamente impossibili di Andy Paradise (e anche dei suoi magici capelli) e dalla grinta del sax delle sorelle.
È la storia del regionale che arriva perennemente in ritardo a causa della sua eterna vecchiaia, narrata dal giro di batteria di Masters.
È la storia del lamento dello studente perché il suo locale è stato soppresso causa blocco di manifestanti, spiegata dal basso sincero di Bergolds.
È la storia del riccone che al telefono dichiara fedeltà imperitura alla moglie, tenendo sottobraccio un’avvenente ballerina slovacca; vicenda bisbigliata dalla tromba irriverente di Barros.
Dopo le chitarre, unitesi in un amplesso malinconico e ladro di anime, giunge la conclusione di Buffalo:
“Verrò da te mio grandissimo amore
Me ne sto qui attanagliato dal dolore
Per tre ore mi tocca aspettare
Oh ma tu cosa ci vuoi fare
Questo è il blues del pendolare” .
I presenti tributarono un interminabile standing ovation al gruppo che continuò a suonare per tutta la notte, a narrare, a commuovere, a fare ridere, a dare una pacca sulla spalla e a non farti sentire solo.
Lester era soddisfatto: mi disse che i Blues men of God sarebbero stati ospiti fissi del “Job’s Bar” per i mesi a venire.
Quella notte, qualcuno fece l’amore.
Io, invece, finii il mio terzo irish coffee e tornai a casa più rinfrancato del solito.
-E@-
sabato, novembre 18, 2006
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

2 commenti:
i miei onori...
sei paranormale tex, paranormale...
Posta un commento